Voce ai volontari

15 gennaio 2012

Continua l’esperienza di servizio dell’Anno di Volontariato Sociale iniziata il marzo dello scorso anno. Già abbiamo un po’ raccontato a grandi linee le attività che più di 10 ragazzi della Diocesi sostengono con il loro impegno. All’interno di questo percorso due volontari di Viareggio hanno deciso di dedicare gli ultimi 5 mesi del loro servizio a fianco del Movimento dei Focolari in terra di missione. Vi lasciamo al bel racconto dalla loro scelta, iniziando con questo articolo una serie di testimonianze affidate direttamente alla penna appassionata dei volontari stessi.

Siamo due ragazzi di Viareggio: Emanuele, 24 anni, e Matteo, 22 anni, entrambi della parrocchia di Santa Rita. Se ci avessero detto che tra poco più di 10 giorni, il 20 di gennaio, saremmo partiti in missione per le Filippine, di sicuro non ci avremmo creduto. E invece eccoci qua, a raccontare questa storia.
Durante l’ultimo anno, ci siamo avvicinati a due realtà che hanno cambiato la nostra vita: l’esperienza dell’anno di volontariato sociale in collaborazione con la Caritas Diocesana, iniziata a maggio 2011, e il Movimento dei Focolari.

Ci siamo quindi impegnati nel nostro oratorio a tempo “quasi” pieno, e abbiamo partecipato a molti congressi e incontri indetti dal Movimento. Proprio durante una di queste giornate, organizzata a Loppiano, Emanuele ha ascoltato l’esperienza di due ragazzi Gen (Generazione Nuova), nella quale si parlava del loro viaggio missionario in paesi del Terzo Mondo: in quel momento, si è sentito chiamato, ha sentito che doveva provare anche lui un’esperienza di questo tipo; ma la cosa più strana è che quella voce diceva chiaramente di vivere tutto questo con Matteo.

E la cosa era strana. Infatti, fino a quel momento, noi due non eravamo grandi amici. Condividevamo la fede in Dio, frequentavamo entrambi l’oratorio, ci scambiavamo i saluti, discutevamo durante i nostri incontri formativi, ma fuori da questi ambiti non ci incontravamo mai.
Emanuele ha subito condiviso questa voce con appartenenti al Movimento, sia consacrati che laici: con gioia è stato spronato a portare avanti questa chiamata. Dopo qualche giorno ha così deciso di parlarne con Matteo.

Matteo ha risposto subito di sì, senza neanche pensarci. Come dice sempre, lui è un incosciente, ma in buona fede: se questa cosa è voluta da Dio, sicuramente andrà bene, quindi non c’è da preoccuparsi.

Abbiamo poi comunicato la nostra decisione al nostro parroco, Don Luigi Pellegrini, con cui abbiamo un ottimo rapporto: lui è stato entusiasta, e ci ha consigliato di parlarne anche con il nostro vescovo.
L’occasione si è mostrata durante un incontro AVS, solo che non siamo riusciti a coglierla. Però, pochi giorni dopo, abbiamo comunque incontrato Mons. Castellani all’incontro mensile della scuola di preghiera in seminario. E la sua reazione è stata positiva, anzi positivissima: visto che il 18 di dicembre sarebbe venuto a visitare la nostra comunità, ha colto la palla al balzo e ha proposto di consegnarci il mandato missionario.

Nel frattempo, anche il nostro cammino spirituale ha avuto uno slancio nuovo: grazie all’aiuto dei Focolarini di Pisa, abbiamo partecipato ad un congresso Gen e abbiamo capito che questa è la nostra strada. Quindi stiamo seguendo un cammino formativo di vita Gen, in unità con altri ragazzi.

Il 20 gennaio quindi partiremo, insieme ad un altro Gen di Pisa, che ha maturato la nostra stessa scelta parallelamente a noi, per la cittadella di Tagaytay, nelle Filippine. Non sappiamo cosa ci aspetta; sappiamo che lavoreremo quotidianamente nella cittadella del focolare, con la consapevolezza che quest’avventura non è voluta da noi ma da Lui, quindi andremo provando ad amare tutti e cercando di continuare sulla strada che ci è stata messa davanti.
Ci vediamo al nostro rientro…il 20 di luglio! Pregate per noi.

Emanuele e Matteo

 

12 maggio 2012

Dopo i primi 3 mesi Emanuele Roggio scrive:
Proprio qualche giorno fa abbiamo superato i tre mesi, quindi la nostra metà, e se devo dirvi come sono stati vi dico senza incertezze che sono stati veramente bellissimi. Vi dico cosi,perché come vi avevo scritto qualche tempo fa l’inizio e stato veramente difficile,ma ora è veramente tutto alle spalle, e mi godo ogni giorno di questa nostra esperienza cercando sempre di aggrapparmi al nostro unico bene,Gesù. Anche tutti quei momenti difficili ho cercato di viverli in Lui, e naturalmente poi Lui in amore non si fa battere da nessuno,e oggi grazie e quei momenti cosi difficili mi sento più forte e più saldo nella mia fede. Un momento veramente meraviglioso è stata proprio la vacanza che abbiamo appena fatto. Per la prima volta siamo usciti fuori dalla nostra cittadella  di Tagaytay,e abbiamo visto veramente quello che c’è fuori in questo paese cosi differente dal nostro. E credetemi che non mi aspettavo di trovare gente cosi, sorridente sempre,ma soprattutto generosa che mai avevo visto nella mia vita. Nonostante non hanno veramente nulla, ti danno quello che possono,e tu non puoi fare altro che ringraziarli,perché in quella piccola offerta c’è tutto l’amore possibile. Siamo anche andati in casa dove vive un ragazzo che abita qui con noi. Noi quelle case le chiameremmo stalle, senza pavimento,tetto con dei buchi enormi,addirittura i suoi genitori dormono a terra,insomma veramente incredibile,ma loro ci hanno messo a disposizione tutto e noi siamo usciti di li felici come se fossimo stati in una delle ville più lussuose d’Italia.
In questi giorni ho fatto altre bellissime esperienze,che tutte non posso raccontarle. Mi soffermo solo in una che credo sia bella da condividere con voi. Da Tagaytay mi ero portato un piccolo pacco da mandare alla mia ragazza,  ma per la lontananza della posta non ero riuscito a mandare. Per farlo ci avevo messo tanto tempo,perché dentro c’era un lettera ma anche un piccola opera fatta da me nella nostra falegnameria. Dopo due giorni il ragazzo mi ha detto  di andare alla posta insieme a lui,essendo un pacchetto immaginavo che non costava come spedire una lettera,quindi la cifra si aggirava intorno alle 1500 peso,che per noi sono solo 20 euro,ma per loro sono una grossa cifra.
In quel momento ho sentito dentro di me una voce, che sono sicuro era quella di Gesù,che mi diceva forte e chiaro che quel pacco non lo dovevo mandare,perché era come dagli uno schiaffo a loro,che nella povertà ci stavano dando tutto per farci stare bene,così ho rinunciato,pensando che lo posso dare quando torno.
Non e stato facile,e quando sono uscito mi veniva da piangere perché ci avevo messo anima e corpo in quel regalo,ma ero contento perché avevo ascoltato quella meravigliosa voce di Gesù che c’è in ognuno di noi!!!!

Queste invece le riflessioni di Matteo Chiericoni
Sinceramente questi 3 mesi sono volati. In questi ultimi giorni sento veramente l’aria di cambiamento e di novità, sia nel mio modo di vedere le cose sia nell’ambiente che mi circonda. Molti ragazzi infatti stanno tornando a casa e ci ritroviamo a dover salutare persone che, nonostante il periodo relativamente breve, hanno vissuto con noi esperienze meravigliose, e la malinconia a volte prende il sopravvento, soprattutto perché con la maggior parte di loro molto probabilmente non ci vedremo più; resta comunque la consapevolezza di aver costruito un rapporto forte, che supera le barriere della cultura e della lingua, e che quello  che ci unisce è qualcosa di più grande.
Particolarmente importante per me è stato proprio questa settimana di vacanza, in cui ho toccato ancora di più con mano la differenza tra la nostra società e la società filippina: per beni materiali non c’è storia, ma qui hanno una generosità e una gentilezza, un’unità familiare e una fede in Dio che probabilmente nel nostro mondo non ci sono più. Ho sentito tutto questo in particolare quando abbiamo visitato la casa di uno dei ragazzi che vive assieme a noi (abbiamo infatti visitato la sua città): una casa minuscola, senza pavimento, con tetto di lamiera e tutto bucato, in cui vivono una decina di persone e tutti dormono o per terra o su materassi; ma in quella casa ci aspettavano, ci hanno sorriso, ci hanno offerto un sacco di cibo e di affetto, ci hanno dimostrato come si vive veramente l’amore per l’altro in una maniera tanto semplice e tanto diretta che mi ha veramente colpito. Poi abbiamo visitato il barangay, il quartiere: un insieme di case simili a questa, con in mezzo una piazza di sabbia e una cappellina in cui il parroco a volte va a celebrare messa: una folla di bambini ci ha accolto contenta e sorridente come mai avevo visto. Quella sera, assieme ad un ragazzo che abbiamo conosciuto lì, abbiamo preso un gelato: uno di noi gli ha poi chiesto come possano fare quelle persone a vivere in quel posto, con quel tetto, visto che questa zona è soggetta a diversi tifoni e tempeste, e la sua risposta mi ha meravigliato; ha infatti risposto: “Chiedilo a san James (il titolare della parrocchia): queste persone confidano completamente in lui e non si curano di questo, poiché lui sicuramente li aiuterà nelle difficoltà”. Questo mi ha fatto capire come qui si viva veramente in maniera gioiosa e semplice, concentrandosi veramente sulle cose importanti.
Un saluto a tutti i ragazzi dell’AVS e a te Elisabetta: sentiamo veramente il vostro sostegno in questa nostra esperienza. Ancora grazie per tutto quanto!

Matteo ed Emanuele

 

19 febbraio 2012

Sono Miguel un ragazzo come tanti, che ha iniziato l’anno di volontariato. Volevo ragionare con voi di come è sottile il filo che divide il dare dal ricevere. Proprio riguardo a questo vorrei essere franco e raccontarvi come e perchè ho intrapreso questa avventura.

Alcuni mesi fa, nell’estate 2011, mi recai a Pisa ad un convegno evangelico a cercare il Signore e lì il «caso» mi fece incontrare Carlo Berini, della Sucar Drom, una associazione emiliana che si occupa dei rom e i sinti.

Era lì a spiegare della necessità che i sinti avessero dei rappresentanti nelle giunte o nei comuni.

Dopo un abbondante chiacchierata ci promettemmo di risentirci. Da li a breve in una delle telefonate Carlo mi chiese : «vuoi andare in Romania ad un scambio culturale sui rom?»; ci pensai un battito di ciglia e dissi «sì».
Iniziammo i preparativi per la partenza ma saltò fuori un problema: la mia carta di identità era spezzata a metà e quindi non valida per l’espatrio. Per problemi burocratici, che non vi racconterò, non potevo rinnovarla. Qui il coraggio, la follia e soprattutto Dio ci aiutò: attaccai la carta di identità con scoch trasparente sul retro e su consiglio di Carlo Berini comprai un porta carta di identità e partii verso Bologna. Lì, un mese dopo l’incontro con Carlo, incontrai Marco, il primo dei ragazzi italiani che partecipava allo scambio. Arrivati all’aeroporto iniziò l’agonia… ad ogni check in venivo ammonito per lo stato della carta di identità ma, alla fine, passai. «Che bello ce l’abbiamo fatta» dissi a Marco e lui con ironia mi disse «ce l’hai fatta»… quante risate… che emozione il volo era la mia prima volta ma questa… è un’altra storia. Arrivammo a Budapest e lì incontrammo gli altri italiani, Nicola e Ricardo di Perugia e la nostra team leader Mara di Napoli e così, dopo un breve scambio, andammo a prendere il treno per Targu jiu, un paese del centro nord della Romania. Dopo sei ore di treno arrivammo ai dormitori dove incontrammo alcuni degli altri ragazzi, i turchi. Entrati in camera conoscemmo un portoghese, un polacco e un bulgaro con cui dividevamo la stanza; quella sera parlammo veramente poco… troppa stanchezza…

Il mattino seguente scendendo in cortile vidi finalmente tutti i partecipanti dello scambio… che meraviglia sentir canticchiare in portoghese o sorridere in bulgaro. Si sentiva nell’aria un odore di vita e voglia di apprendere gli uni dagli altri e sapere che chi era lì era venuto per conoscere il mio popolo, il popolo rom, mi rendeva veramente entusiasta e pronto ad accogliere ogni emozione. Da subito mi avvicinai ai polacchi e da buon italiano urlai «buon giorno!» e Giannetta una polca mi rispose «buon giorno principessa!» citando Roberto Benigni e da quel momento ci furono momenti bellissimi. Nell’occasione della serata italiana, ad esempio, rappresentammo «One Rom e Guliette», una rilettura di Romeo e Giulietta: il rom si innamorava di una gagi ma la famiglia di lei, appena capisce che il ragazzo è un rom, si arrabbia e rifiuta lui e la figlia; e quindi i due ragazzi, fuggono e si rifugiano dalla famiglia di lui che accoglie i due a braccia aperte. Finita la recita, che è un deludente spaccato di vita reale in Italia, offrimmo una spaghettata al pomodoro cucinata da me e gli altri italiani e lì, bulgari, portoghesi, turchi che chiedevano il bis e le risate con i polacchi che brindavano dicendo nosdrovia con limoncello… ogni paese raccontava la sera il suo rapporto con i rom ma la più particolare per me fu la serata turca, dove i ragazzi riempirono la stanza di candele e stoffe colorate e con musiche e balletti tipici ci fecero emozionare tutti. Tutto ciò mi permise di imparare molto sulle culture degli altri popoli e di come il mio popolo si adatta a seconda delle cultura che incontra e di come sia riuscito a trasmettere colori e sapori da un paese all’altro diventando così, secondo me, fra i primi fautori della globalizzazione in tutta Europa.

Devo dire con franchezza però, che il progetto su certi punti è stato molto carente e da qui nasce la mia voglia di raccontare il mio popolo, perché per quanto un gagio ci metta amore e impegno non potrà mai raccontare i sinti, così come lo può fare un sinto.

Questa esperienza in Romania durò 10 giorni, al mio rientro in Italia, parlando con un amico che lavora come educatore al campo di Lucca, M.M., mi consigliò di andare a parlare con una certa Elisabetta della Caritas diocesana perché partivano tanti progetti: se volevo imparare, era il posto giusto. Così una mattina mi recai alla sede centrale della Caritas e conobbi gli altri ragazzi che volevano partecipare all’Anno di Volontariato Sociale.Quella mattina, nell’ottobre scorso, ci furono elencati i vari progetti ed io personalmente decisi di dare disponibilità per seguirne alcuni ma di questo vi racconterò nella prossima pagina.

Miguel

 

4 marzo 2012

Indubbiamente più passano le settimane più aumentano cose da raccontare ma cercherò di mantenere il filo. Quindi dopo aver capito quali e quanti progetti volevo seguire, spiegai a Elisabetta della Caritas di Lucca, la mia riserva nel lavorare con bimbi disabili, semplicemente per una mia paura e una presunta incapacità di comunicazione, ma soprattutto non volevo vivere il dolore di quei bimbi… Beh c’è da dire che quel primo giovedì di servizio ricevetti una grande lezione. Arrivai a Viareggio al Centro Polo dove la cooperativa sociale «Il cappello» in collaborazione con l’associazione «Berretti Bianchi» e l’associazione «Quelli che non» lavorano l’una con i bimbi rom e l’ altra con i bimbi diversamente abili. Nello specifico di questo progetto si trattava semplicemente per me di aiutare un mister e altri due volontari a far giocare a calcio i due gruppi di bimbi; io sinceramente ero lì per il gruppo rom che avevo conosciuto qualche mese prima in occasione di una emergenza al campo nomadi di Torre del Lago, ma anche questa è un’altra storia. Fu bellissimo perché appena arrivai Savan un bimbo rom di una vitalità unica mi saltò in braccio come se ci conoscessimo da sempre e mi accompagnò dagli altri bimbi, ricordo gli occhi azzurri di Francesca che quando mi vide si illuminarono e anche lei mi abbraccio forte proprio come fa mia figlia. Già da queste poche righe potete capire che si rovesciò il ruolo di chi dava e chi riceveva perché già nei primi dieci minuti i bimbi mi avevano regalato così tante belle sensazioni che già mi sentivo più ricco, anche se avevo le tasche vuote, ma la lezione più grande me la diede Mirco un bimbo «gagio» che non avevo mai visto mi colpì molto perché lui nella sua semplicità e libertà di comunicare con me e con gli altri bimbi in un linguaggio quasi tutto suo è riuscito a farmi capire quanto ero limitato e stupido. Vorrei ringraziare Mirco perché grazie a lui ho abbattuto un mio limite e ho appreso che si possono parlare lingue diverse o addirittura si può stare zitti, e si può essere diversi ma certe persone hanno la capacità di trasmettere emozioni e comunicare quello che provano cose che noi, «normalmente abili», abbiamo dimenticato. Siamo persi in un mondo fatto di materialismo e apparenza e siamo quello che abbiamo e così ci allontaniamo da noi stessi dalla nostra anima che sarebbe sempre pronta a interagire e accogliere gli altri; è per questo che il mio dare è infinitamente poco rispetto a quello che ricevo ogni giovedì e finalmente ho capito che, un bimbo è sempre e solo un bimbo, e questo mi rende un uomo più grande più forte e più completo finalmente a trenta anni ho iniziato a crescere ma questa e un’altra storia.

Miguel

 

18 marzo 2012

Mi chiamo Amina, ho 24 anni e svolgo il servizio civile presso la Caritas Diocesana di Lucca. Come purtroppo la maggior parte dei ragazzi, fino a qualche mese fa ero disoccupata, quindi perennemente a fare file nei centri d’impiego. Trovare lavoro è difficile ed è ancora più difficile trovarne uno che ti soddisfi, che fai con amore, che arrivi a casa la sera e pensi: «sono stanca ma anche oggi ho dato e ricevuto!». Quindi ho deciso di fare proprio così… fare quello che mi piace! Ho presentato la domanda per il servizio civile in Caritas. Perché proprio in Caritas? Non perchè amo fare la «brava donna caritatevole» (caritas non è questo) ma, più semplicemente, perchè amo le persone e sono curiosa di conoscere quali meccanismi scattano nella mente dell’uomo quando si trova in uno stato di bisogno o disagio e, soprattutto, come poterli risolvere concretamente. Caritas mi ha dato questa opportunità! Io non lo chiamerei volontariato, ma piuttosto «tempo dedicato a noi e agli altri». Dedicato a noi perché ci aiuta a superare i nostri limiti mentali, quindi ci mette faccia a faccia con le nostre debolezze che, inconsapevolmente ed involontariamente, si trasformano in ricchezze acquisite. Impari a passare oltre le apparenze, oltre ai pregiudizi e oltre a quel qualunquismo che ci sta divorando. Tempo dedicato agli altri perché molti di noi pensano di non poter essere utili a nessuno, ma in realtà si scopre l’esatto contrario, visto che questa grande «macchina di aiuto ai bisogni sociali» verrebbe a mancare senza il supporto dei volontari. Le esperienze che sto vivendo sono molto forti emotivamente. Tante le storie di vita che ti raccontano, tante le richieste d’aiuto anche se sono le voci più silenziose ad aver bisogno di essere ascoltate. È proprio quel silenzio assordante che mi fa più male, che non lo senti ma in realtà sta urlando a squarcia gola.
Mi è capitato di sentirlo seguendo il progetto «cammini di giustizia», da una ragazza, mia coetanea con due bambine piccole. Guardavo lei e pensavo: «che strano il mondo, io sono qua a vivere la mia vita da normale ventiquattrenne e lei… lei ha sulle spalle già un carico enorme». I suoi capelli, raccolti all’ultimo momento, fanno da cornice a due occhi pesanti e stanchi, ma non arresi e lo conferma il suo sorriso quando guarda le sue bambine, quando ad una buona notizia abbassa lo sguardo felice ed imbarazzata non sapendo che è un suo diritto avere la possibilità di riscattarsi da una vita che non le ha dato ma le ha tolto, un destino che le ha privato cose che per noi sono banali: un’ora dal parrucchiere piuttosto che una pizza mangiata fuori con la famiglia, un caffè al bar,un paio di scarpe nuove… insomma, vivere e non sopravvivere. È proprio in questi momenti che mi pongo delle domande, domande che mi faccio da persona credente, che la domenica mattina va al culto evangelico, che ama Dio infinitamente, e mi chiedo: Sto davvero seguendo il precetto di Dio o sono accecata dal mio egoismo? Penso che per noi uomini sia difficile, anche se non impossibile, soprattutto chi porta la parola di Dio, staccarsi dai propri beni materiali e condividerli con gli altri, penso anche che, soprattutto per un uomo di fede, sia importante «andare fra la gente» la stessa gente che quest’inverno non è stata sotto le coperte in case calde, la stessa gente che è sempre al solito semaforo eppure tu non ricordi di averla mai vista, la stessa gente che trovi seduta sui marciapiedi con un cappello adagiato sulle mani… ma tu… tu cammini in fretta perché hai tanti problemi a cui pensare; non è con una croce al collo che ci facciamo riconoscere come cristiani ma, seguendo l’insegnamento di Gesù: «da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».

Amina