Pomeriggi Insieme a San Concordio

Guardando da lontano si vede un gruppo di bambini e bambine seduti attorno ad un tavolo, sono le cinque del pomeriggio e alcuni adulti girano fra le sedie con i vassoi della merenda in mano.

Se ti avvicini cominci a sentire il chiasso delle voci e a riconoscere i lineamenti dei visi, i bambini parlano tutti insieme ma distingui accenti diversi, i colori sulle facce confermano l’intuizione che il gruppo sia eterogeneo.

Questa scena si ripete ogni martedì e giovedì pomeriggio al Centro parrocchiale di San Concordio, tutti i protagonisti, divisi dalla provenienza geografica, sono uniti dall’appartenenza alla medesima comunità, quella degli abitanti del quartiere.

I motivi per cui si riuniscono ogni settimana, sono molti: il bisogno di un aiuto nello svolgere i compiti scolastici, l’opportunità di passare qualche ora in un ambiente sano e sereno, la voglia di stare con gli amici e di farsene di nuovi, la necessità di imparare come si sta insieme. Tutto questo è diventato possibile grazie all’impegno e al lavoro di molti: la Caritas diocesana, il comune di Lucca, la Cooperativa “L’Impronta”,  ma anche tutte le persone che hanno deciso di dedicare un po’ del loro tempo ad un progetto che non è solo il classico doposcuola, ma è un laboratorio in cui si costruisce comunità, quella nuova, che crescerà negli anni insieme ai bambini.

Ho l’opportunità di prestare servizio come volontario all’interno di questo progetto, fin dall’inizio il mio lavoro è stato quello di provare a realizzarlo  all’interno della comunità di san Concordio, di cui anche io faccio parte, per farlo diventare una risorsa.  Ho iniziato presentando il progetto ai vari gruppi parrocchiali, poi ho provato a coinvolgere persone esterne all’ambiente della parrocchia e ho fatto un giro fra bar e pasticcerie che potessero darci una mano fornendoci la merenda.

Avevo previsto di dover fare molta fatica per coinvolgere le persone, i fatti mi hanno smentito: la forza dell’idea che sta alla base del progetto e la semplicità del chiedere, hanno creato attenzione attorno all’iniziativa e hanno messo insieme le disponibilità e le forze di varie persone: ci sono le volontarie che stanno con i bambini, c’è chi prepara la merenda, ci sono le pasticcerie che tengono da parte per noi un vassoio di paste, le insegnanti che si interessano al progetto educativo e chiedono collaborazione. E poi le famiglie dei bambini e delle bambine coinvolte, persone provenienti da culture e paesi diversi che si incontrano, partecipano e dimostrano, anche con piccoli gesti, di prendersi a cuore la buona riuscita del progetto per il bene di tutti.

Questa piccola realtà è diventata un laboratorio in cui, concretamente, proviamo a fare comunità superando gli ostacoli delle differenze, delle lingue, delle età e delle culture, intessiamo relazioni e impariamo a stare insieme, ci prepariamo a quella che potrebbe essere la società dei prossimi decenni e verifichiamo quanto sia fondamentale tenere aperto il “cerchio” delle nostre comunità per essere capaci di far entrare chi, troppo spesso, resta ai margini.

Spesso ci lamentiamo di quanto le nostre parrocchie o i nostri quartieri siano poco vivaci, chiusi, segnati dall’individualismo e dal disinteresse; io sto imparando che ci sono strade possibili da percorrere per andare oltre la sterile lamentela.

Le strade maestre sono sicuramente la conoscenza e la relazione  che creano legami e solidarietà. Poi c’è il coraggio di chiedere con semplicità: spesso le persone non sono solo disinteressate ma attendono qualcuno che le coinvolga.

Anche una piccola esperienza di doposcuola può insegnare molto, può suggerire soluzioni, può dare un po’ di speranza.

Matteo Franchi