Corso di formazione per volontari organizzato da CESVOT

Il corso di formazione sul volontariato internazionale è rivolto a volontari attivi e a nuovi volontari che intendono avviare un cammino di avvicinamento e approfondimento sulle tematiche legate alla solidarietà internazionale e alla cooperazione allo sviluppo. Il percorso vuole fornire una formazione di base a quanti desiderano fare una breve esperienza di scambio in una delle realtà missionarie del sud del mondo in cui l’associazione opera

Per maggiori informazioni: Ad OcchiAperti 2012


ScaRtti preziosi – mostra fotografica

Un giorno mi raccontarono questa parabola orientale:

“Sospesa sopra la reggia del Dio Indra, simbolo delle forze naturali che nutrono e proteggono la vita, vi è una vastissima rete. A ognuno dei suoi nodi è legato un gioiello. Ogni gioiello riflette in sé l’immagine di tutti gli altri, rendendo la rete meravigliosamente luminosa”…
Penso alla Rete di Indra mentre mi lascio alle spalle l’Oratorio di San Giuseppe insieme a Cristina, Elisabetta, Elena e Claudia. Parliamo fra di noi e ci diciamo le nostre impressioni su questa piccola manifestazione che abbiamo potuto realizzare insieme. E’ nata così! Semplicemente! E si è sviluppata in maniera così armoniosa!
Sento leggerezza dentro di me mentre attraverso la Piazza Antelminelli, ognuna di noi porta qualcosa della mostra. Il nome è stato scelto da Rosetta è la fusione delle due parole: scatti e scarti, nasce sca..R..tti: una fotografia, l’avanzo di un materiale, i nostri figli sono i modelli, bravissimi e preziosissimi collaboratori.
Oggi, nel primo giorno di Primavera, grazie a loro abbiamo potuto parlare del difficile tema della comunicazione sul World Down Syndrome Day.
Un’altra frase recita: “Ciò che dai a un altro diverrà il tuo stesso nutrimento, se accendi una lanterna a un’altra persona, la sua luce illuminerà anche il tuo cammino”. Lavorando per la felicità e il benessere degli altri intraprendiamo un cammino che fa risplendere d’immensa lucentezza la nostra vita.
Sperimentare ad un livello più profondo che le nostre vite sono interconnesse arreca felicità, ci permette di farci comprendere che facciamo tutti parte di un unico universo vivente, possiamo trovare insieme la strada che conduce verso la pace con tutte le persone che ci circondano partendo ognuno dalla propria famiglia, per abbracciare il nostro mondo.
Ci salutiamo con la consapevolezza che la nostra rete è diventata più luminosa.


L’Italia sono anch’io


La storia di Fernando Warnakulasria che noi non conosceremo.

Sarà che proprio quella domenica da me si festeggiava un compleanno bambino e si era insieme, calda la stanza e tirata la tavola.

Sarà che la neve è bella come una casa quando la guardi da dentro un cappotto o da dietro un vetro.

E poi sarà che Lucca è meravigliosa così, sorpresa da una carezza bianca come da uno scherzo.

Sarà per questo che io non me lo so perdonare, te lo confesso, che un uomo di 38 anni sia morto di freddo e di solitudine, in un sabato di quasi festa, di carnevale, in un posto davanti a un parcheggio sempre pieno e ai locali dove si va per stare bene.

Era un alcolista, si sono affrettati a dire.

Chi lo sa quanti errori avrà fatto. Tanti da esserne rimasto solo.

Prima, io ti vorrei raccontare oggi che si chiamava Fernando Warnakulasria.

L’ho letto sui giornali con qualche altra informazione in ordine sparso, più o meno pertinente.

Ce l’avrà avuta una sua storia da raccontare, no?

Noi, come vedi, non la conosceremo se non per questo incidente che è oggi il suo morire e per quelle due cose che i giornalisti hanno rintracciato.

Tardivamente, mi viene l’urgenza di poter rinfilare il capo dei suoi giorni, ora, arrotolarselo a un dito, dargli la dignità di una vicenda.

Da quello che i giornali dicono era un giovane uomo.

Viveva lontano dalla sua terra lontana.

Doveva avere nel tempo amato una donna e ci sono due bambini che portano il suo nome, ancora.

Deve avere, nel tempo, molto viaggiato: dallo Sri Lanka, all’Europa. L’Olanda, prima, (chi lo sa che freddo anche lì) e ora Lucca dove la speranza si chiamava con il nome di alcuni amici e di un fratello.

Poi, si deve essere rotto qualcosa. Ogni giorno in modo più irreparabile, si è scassato tutto fino a questa ghiacciata notte.

Questa sciagurata notte tutto il bello e tutto il molto brutto dei 38 anni di Fernando Warnakulasria è finito.

Io non lo so chi era, vedi?

E’ proprio questo che non mi perdono.

Che io non lo conoscevo e che lui non ci conosceva o non si è fidato abbastanza di noi, tanto da poter avere un’alternativa a morire da solo.

Eppure, ce lo ripetiamo come una consolatoria assoluzione da ieri sera, i dormitori ci sono, e ci sono le mense e molti centri di ascolto. Qualcosa anche lui conosceva, aveva chiesto…

Sì. Ci sono. E per fortuna.

Ma, lo vedi, sono tutti posti dove si deve arrivare.

Li si deve conoscere, cercare, spiegare il bisogno, fare una richiesta e poi avere la fortuna che non siano pieni.

Quanti passi chiedono a un uomo che ha come orizzonte necessario il suo solissimo cartone di vino cattivo?

E quanti ne chiedono alle molte famiglie che dormono in macchina perché sono state sfrattate o vivono in case freddissime, umide e non ci sono più i soldi neanche per comprare una bombola del gas?

Sono troppi i passi, troppo l’impegno e l’iniziativa richiesta, troppa la consapevolezza.

Ora sì che suonano molto meno chiacchiere, tutti i discorsi che nel tempo ci siamo saputi fare su welfare di iniziativa, servizi di strada, prossimità.

Lo vedi anche te, E’ drammaticamente semplice.

La maggior parte del dolore che conosciamo è un dolore sordo e muto, partorito dalla solitudine. Sono quelli che non hanno saputo chiedere aiuto quasi mai in vita loro. Come si pretende che comincino a farlo ora, disperati di più? E poi, perché dovrebbero chiederlo a noi, spesso poco organizzati, poco in rete, poco efficienti’

Li dobbiamo raggiungere.

Li dobbiamo raggiungere.

Li dobbiamo raggiungere.

Te lo confesso come un peccato.

E’ più grave di non poterli aiutare tutti.

Noi non li sappiamo raggiungere.

Raggiungerli, bisognerebbe.

Non esiste nessuno che si meriti di rimanere solo.


Comunità in ascolto

Lo scorso 16 dicembre è stato presentato, in collaborazione con la Fondazione Volontariato e Partecipazione e alla presenza del vescovo, sua eccellenza mons. Italo Castellani, il nuovo rapporto sulle povertà nella Diocesi di Lucca “Comunità in ascolto”.
Tra gli altri è intervenuto il dott. Pierluigi Dovis, direttore della Caritas diocesana di Torino , Delegato regionale Caritas Piemonte Valle d’Aosta e autore del libro “I nuovi poveri”, scritto a quattro mani con la prof.ssa Chiara Saraceno,  il quale ha approfondito il tema “I nuovi poveri: Diseguaglianze e povertà in Italia”.
Dopo un’attenta analisi del concetto di “nuove povertà”, il dott. Dovis ridimensiona il termine “nuovo”, cioè chiarisce come in realtà si tratti di una novità solo relativa, poiché cambiano i soggetti e i tempi, ma in realtà le povertà sono le stesse e la crisi ha solo accelerato l’emersione di un fenomeno che è arrivato a toccare le cosiddette  “famiglie normali”. E questo è il vero elemento nuovo: la povertà non intacca solo coloro che provenivano da ceti medio bassi e con alle spalle lunghe carriere di povertà. Oggi la povertà tocca anche persone con professionalità acquisite, persone con carriere in ascesa.
Sono i working poor, persone con buona scolarità e che spesso, pur lavorando, non riescono ad arrivare a fine mese. Si tratta di soggetti che si son visti ridimensionare, modificare o, nel peggiore dei casi, perdere il proprio lavoro. Ciò ha colpito e spiazzato soggetti appartenenti a tutte le categorie in ogni parte del nostro Paese provocando un processo di destrutturazione interna della persona, ansia, vergogna  e un senso di incompetenza nei confronti di una situazione completamente nuova. Anche le recenti disposizioni legislative hanno colpito il fondo nazionale per le politiche sociali, sceso a poco più di 435 milioni di euro nel 2010, dimezzato nel 2011 e ridotto a 70 milioni di euro nel 2012. Ciò ha colpito in modo considerevole la famiglia, i giovani, i servizi all’infanzia e all’inclusione sociale.
Di fronte a tutto questo che fare?

“Al momento quasi tutti stiamo assistendo impotenti all’emersione di forme così diverse di povertà e vulnerabilità. Ci rendiamo conto che mancano gli strumenti per cogliere il bisogno, per analizzarlo, per indirizzarlo, per affrontarlo. Gli schemi del passato poco si adattano. Serve un’epoca costituente che rilanci cammini e inventi nuove strategie. Almeno quattro le linee di azione che potrebbero essere percorribili:

a.    Anzitutto sull’orizzonte culturale capace di aprire gli occhi della società, della politica, delle singole persone sia con una attenzione maggiormente diffusa che con un cambio deciso di prospettiva. È l’ora di uscire dai particolarismi, dai settorialismi, dagli stereotipi contrappositivi del passato per entrare in una logica di responsabilità diffuse, di sensibilità convergenti. Ma è anche il momento di voler agire sulle diseguaglianze, vero tarlo della vulnerabilità

b.    Poi sul versante politico capace di rendere regola di convivenza una visione che metta il welfare al cuore delle politiche generali e non più in senso ancillare come “tappabuchi” dei danni che le politiche generali vanno ad incrementare. In momenti di crisi non è affatto dimostrato che, a fronte di un decremento di risorse, vi sia aumento di azione della società. Le due facce sono della medesima medaglia

c.    Il terzo è l’orizzonte etico che, appunto, si prenda cura di ridare un nuovo ethos comunitario basato sulla responsabilità diffusa e condivisa di tutti i soggetti singoli e plurali che compongono la collettività. Un orizzonte che abiliti a cooperazioni non solo tra organizzazioni (come quelle di terzo settore) e non solo interistituzionali ma trasversali per area. Qui si gioca un nuovo impegno del mondo della economia e dell’impresa, della finanza e della costruzione dei modelli pubblici

d.    L’ultimo orizzonte è quello organizzativo che chiede un recupero convinto e armonico delle reti modulari intorno alla persona, da corto a lungo con molta flessibilità nei tempi e nei metodi. È il tempo in cui i vari soggetti accettino di non arroccarsi più nelle loro rispettive situazioni ma sappiano aprirsi a forme alte di fraternità, principio che assume in sé sia la solidarietà che la sussidiarietà, sia la responsabilità che la dedizione gratuita.

Il contributo della comunità cristiana in questo ambito è sempre stato forte, anche se talora si è lasciato prendere la mano dall’immediato bisogno magari sorvolando un po’ sul contrasto alle cause che hanno dato vita a tali sistemi. Nella situazione attuale le Chiese certo non vogliono tirarsi indietro. Mettono a disposizione i saperi e le prassi, oltre che il senso di gratuità che le muove. Sanno di non poter fare altro che promuovere collegamento e sinergia con tutti i soggetti cui sta a cuore il bene comune e la crescita delle persone in difficoltà. Ma non possono accettare il subordinazionismo o un irenismo mascherato di buonismo che andrebbe solo a detrimento del contributo che possono offrire in termini di servizio ma, soprattutto, di senso e di vision. Non è accettabile alcun atteggiamento delegante nei confronti della Chiesa, come nessun tipo di falso rivendicazionismo. Ed è per questo che l’organismo pastorale deputato, nelle nostre Chiese, alla animazione della Carità – ovvero la Caritas – ascolta, osserva e fa discernimento e offre a tutti – come nell’occasione odierna – stimoli, proposte, riflessioni, suggerimenti. È una parte del nostro modo di fare bene comune, insieme all’umile e concreto servizio a chi dalla vulnerabilità è stato aggredito”.

Barbara Macrì
Osservatorio Povertà e Risorse



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