“L’estate della Caritas”: non sono discorsi, ma sono parole: il bilancio di Punto a capo.

E’ stata un’estate ricca di appuntamenti quella del 2010.

Noi della Caritas la ricorderemo soprattutto per la grande fatica e la grande gioia che ci ha regalato lavorare alla rassegna “Punto a capo”, dedicata quest’anno al tema della lentezza.

La rassegna è giunta con quest’anno alla sua terza edizione e origina dalla riflessione che anche la nostra Chiesa diocesana ha intrapreso rispetto ai temi della sostenibilità ambientale e degli stili di vita individuali e di comunità.

Si colloca nel più generale orizzonte di discussione promosso dal Consiglio delle Chiese d’Europa sulla giustizia e l’ambiente, in una prospettiva ecumenica molto forte. Le Chiese si interrogano insieme su che cosa significhi oggi essere cristiani credibili, in rapporto al nostro vivere l’ambiente.

A nostro avviso, c’è una novità bella e grande nel come viene riproposto il tema del rapporto con il creato e i beni, richiamando l’uomo alla responsabilità nei confronti della terra e dei fratelli, di cui fin nel libro della Genesi viene battezzato CUSTODE. E’ lui il custode del giardino. “Sono forse io custode di mio fratello?”, riecheggia la domanda di Caino.

Caritas si è fatta promotrice di un dibattito ampio intorno agli argomenti della lentezza e della sostenibilità, toccando linguaggi diversi, dalla musica, alla letteratura, all’economia.

Sono stati oltre 16 appuntamenti che ci hanno fatto incontrare esperienze diverse e ci hanno interrogato profondamente sulla fragilità del creato e sugli occhi che posiamo su esso.

Dagli scrittori Maurizio Maggiani e Andrea Bocconi, ai grandi camminatori come Carnovalini, gli uomini della finanza etica come Ugo Biggeri, i provocatori della comunicazione come Luca Martinelli di Altraeconomia e Giulio Sensi, o Bruno Contigiani, inventore della giornata della lentezza.

E poi tanta musica, dei gruppi che le radio non passano perché rimangono ai margini dei circuiti economici e propongono scelte coraggiose e solitarie, barcamenandosi tra la loro passione e la vita di tutti i giorni.

Poi le passeggiate in luoghi bellissimi dei nostri territori violentati dalle ragioni dell’economia o dall’incuria dell’uomo: le cave del marmo, il fiume, i monti.

Alla base di tutto questo c’è stata una scelta lucida: non chiedere alla gente di raggiungere per incontrarci i luoghi delle nostre abituali frequentazioni: le parrocchie, le sale delle istituzioni, le chiese.

Abbiamo invece scelto ancora e ancora di tornare ad essere noi i pellegrini che si spostano per incontrare la gente là dove la gente vive, si sposta, parla, si diverte.

Sono stati per noi i luoghi toccati dall’estate, nelle serate di brezza leggera, dove la pelle scura di tutti faceva di tutti turisti e rallentava il passo, invitava a bere un bicchiere: nelle piazze, nelle passeggiate vicino al mare, agli angoli delle strade.

Proporre interrogativi grandi come tutto il mondo nei luoghi del divertimento estivo, comunicando la possibilità di parlarne insieme in un modo piacevole e diverso, da “non addetti ai lavori”.

Per noi, che ci vogliamo testimoni di un “Dio sparpagliato per tutta la terra”, come lo ricordava David Maria Turoldo, ha significato accettare il confronto con chi è diffidente nei confronti della Chiesa perché Chiesa, accettare la provocazione di chi sottolinea la nostra limitatezza e arriva a condannare cosa si rappresenta come contro testimonianza di chi diciamo di essere.

Abbiamo sperimentato quello “stare” che tante volte abbiamo invocato come l’atteggiamento che solo si confà al discepolo. Farsi compagnia degli uomini nelle loro vite, senza giudicarle, né avanzare facili risposte a domande stringenti. Accettare il disagio, a volte, di interrogarsi insieme.

Tutto questo potrebbe sembrare alieno al lavoro che tutti si aspettano dalla Caritas, a quel fare confuso e alla buona alla quale la vorrebbero relegare. Un po’ di beneficienza e pochi discorsi.

Eppure io sono profondamente convinta che è al desiderio di tutti che bisogna ricominciare a parlare per anunciare il Vangelo della carità. E’ alle nostre vite che dobbiamo ricominciare a chiedere di interrogarsi su che genere di vita stiamo costruendo, che mondo desideriamo e se ancora lo desideriamo diverso.

Lo vedo ancora più chiaramente qui dove quotidianamente logora il cuore l’impotenza delle mani davanti ai bisogni degli impoveriti che pure ci chiedono aiuto, tutti i giorni e ciascuno e che si vedono frustrati nel quotidiano e sacrosanto diritto a colmare i bisogni primari, come la sicurezza alimentare, il diritto ad un riparo, a crescere serenamente i figli, a potersi riposare dopo aver onestamente lavorato.

Lo vedo ancora più chiaramente da qui, anche se è così difficile da far tremare il cuore a volte tenere insieme il rispondere ai bisogni insistenti e immediati con il creare spazi di dibattito, nella speranza di contribuire a far rinascere un desiderio di giustizia più profonda nel cuore delle comunità cristiane.

Lo vedo e lo sento che condividere di nuovo una cultura della relazione, dell’accudimento reciproco, dello stupore per la bellezza e dell’attenzione per il non colto, il non guardato è la prima delle conversioni che ci bisogna.

E’ necessario, è imprescindibile uscire dalla schizofrenia del mettere la toppa sul vestito vecchio, voler accudire chi arriva stremato dalla povertà e dalla solitudine senza chiederci perché la solitudine e la povertà lo abbia colto; non come una disgrazia o una calamità, ma come il portato ultimo di una società che tutti insieme stiamo costruendo e di cui siamo responsabili.

Nessuno potrà dire che non c’era o che non lo sapeva o che non lo riguardava.

Ci riguarda. Guarda le nostre vite.

Non sono solo “discorsi”.

Sono “parole”. E le parole sono così vive che possono diventare semi.