La storia di Fernando Warnakulasria che noi non conosceremo.

Sarà che proprio quella domenica da me si festeggiava un compleanno bambino e si era insieme, calda la stanza e tirata la tavola.

Sarà che la neve è bella come una casa quando la guardi da dentro un cappotto o da dietro un vetro.

E poi sarà che Lucca è meravigliosa così, sorpresa da una carezza bianca come da uno scherzo.

Sarà per questo che io non me lo so perdonare, te lo confesso, che un uomo di 38 anni sia morto di freddo e di solitudine, in un sabato di quasi festa, di carnevale, in un posto davanti a un parcheggio sempre pieno e ai locali dove si va per stare bene.

Era un alcolista, si sono affrettati a dire.

Chi lo sa quanti errori avrà fatto. Tanti da esserne rimasto solo.

Prima, io ti vorrei raccontare oggi che si chiamava Fernando Warnakulasria.

L’ho letto sui giornali con qualche altra informazione in ordine sparso, più o meno pertinente.

Ce l’avrà avuta una sua storia da raccontare, no?

Noi, come vedi, non la conosceremo se non per questo incidente che è oggi il suo morire e per quelle due cose che i giornalisti hanno rintracciato.

Tardivamente, mi viene l’urgenza di poter rinfilare il capo dei suoi giorni, ora, arrotolarselo a un dito, dargli la dignità di una vicenda.

Da quello che i giornali dicono era un giovane uomo.

Viveva lontano dalla sua terra lontana.

Doveva avere nel tempo amato una donna e ci sono due bambini che portano il suo nome, ancora.

Deve avere, nel tempo, molto viaggiato: dallo Sri Lanka, all’Europa. L’Olanda, prima, (chi lo sa che freddo anche lì) e ora Lucca dove la speranza si chiamava con il nome di alcuni amici e di un fratello.

Poi, si deve essere rotto qualcosa. Ogni giorno in modo più irreparabile, si è scassato tutto fino a questa ghiacciata notte.

Questa sciagurata notte tutto il bello e tutto il molto brutto dei 38 anni di Fernando Warnakulasria è finito.

Io non lo so chi era, vedi?

E’ proprio questo che non mi perdono.

Che io non lo conoscevo e che lui non ci conosceva o non si è fidato abbastanza di noi, tanto da poter avere un’alternativa a morire da solo.

Eppure, ce lo ripetiamo come una consolatoria assoluzione da ieri sera, i dormitori ci sono, e ci sono le mense e molti centri di ascolto. Qualcosa anche lui conosceva, aveva chiesto…

Sì. Ci sono. E per fortuna.

Ma, lo vedi, sono tutti posti dove si deve arrivare.

Li si deve conoscere, cercare, spiegare il bisogno, fare una richiesta e poi avere la fortuna che non siano pieni.

Quanti passi chiedono a un uomo che ha come orizzonte necessario il suo solissimo cartone di vino cattivo?

E quanti ne chiedono alle molte famiglie che dormono in macchina perché sono state sfrattate o vivono in case freddissime, umide e non ci sono più i soldi neanche per comprare una bombola del gas?

Sono troppi i passi, troppo l’impegno e l’iniziativa richiesta, troppa la consapevolezza.

Ora sì che suonano molto meno chiacchiere, tutti i discorsi che nel tempo ci siamo saputi fare su welfare di iniziativa, servizi di strada, prossimità.

Lo vedi anche te, E’ drammaticamente semplice.

La maggior parte del dolore che conosciamo è un dolore sordo e muto, partorito dalla solitudine. Sono quelli che non hanno saputo chiedere aiuto quasi mai in vita loro. Come si pretende che comincino a farlo ora, disperati di più? E poi, perché dovrebbero chiederlo a noi, spesso poco organizzati, poco in rete, poco efficienti’

Li dobbiamo raggiungere.

Li dobbiamo raggiungere.

Li dobbiamo raggiungere.

Te lo confesso come un peccato.

E’ più grave di non poterli aiutare tutti.

Noi non li sappiamo raggiungere.

Raggiungerli, bisognerebbe.

Non esiste nessuno che si meriti di rimanere solo.