La chiesa del grembiule

Comincia oggi un raccontarci nostro, della Caritas diocesana, che vorrebbe diventare un appuntamento fisso sul settimanale diocesano.

Comincia come una risposta a quanto spesso ci viene rimproverato: di non riuscire a condividere per bene quanto la Caritas da una parte raccoglie come provocazioni, suggerimenti, piste dalle esperienze vive nella nostra Diocesi e dall’altra parte prova lei stessa a stimolare e a provocare.

“Fate tanto e si sa così poco…” “State in un mondo a parte”, ci sentiamo dire spesso quando andiamo in giro per le parrocchie e ci sentiamo impotenti rispetto a queste critiche.

Allora, abbiamo deciso di raccontarci a poco a poco, nel tempo, un pezzetto per volta, di nuovo conversare, come si farebbe intorno a un tavolo, di quanto si tesse quotidianamente per prendersi cura.

Si tratta in realtà di una scusa come un’altra, di un’occasione buona per ridare voce ai poveri che incontriamo e alle loro storie e per raccontare i cammini di accompagnamento che ad essi ci accostano.

La prospettiva che la Caritas offre alla Chiesa è molto articolata e si compone di molte attenzioni diverse tra loro saldamente intrecciate: l’osservazione, l’ascolto, il discernimento, l’operare come segno.

Quando la Chiesa Italiana costituì la Caritas negli anni settanta, fu dato ad ogni Diocesi la possibilità di organizzarla secondo quanto riteneva più proprio al fine di esercitare una funzione eminentemente pedagogica nelle comunità.

Alcune diocesi crearono la Caritas come un’opera di assistenza, altre e la nostra fecero una scelta più lungimirante e coraggiosa: decisero di “viaggiare disarmati” dalle opere.

Non concepirono, cioeè, la caritas come un “servizificio”, fatto di servizi da prestare per i più bisognosi, più o meno alla stregua di altri enti, istituzioni, associazioni a questo preposte.

La pensarono invece come un Ufficio di Pastorale, alla quale potessero poi affiancarsi specifiche opere di misericordia, che organizzavano particolari azioni di accudimento verso i più fragili: carcerati, immigrati, alcolisti, tossicodipendenti, ragazze madre, ecc…

L’intuizione fu che la Caritas doveva restare il polmone della carità nella Chiesa, quella realtà dalla quale ripescare sempre il fiato, l’”afflato” per avere nel cuore, nella bocca e nelle mani la buona novella della carità, il vangelo del farsi prossimi.

Non la caritas che pensa ai poveri per tutta la chiesa, ma la Caritas che fa pensare la Chiesa tutta ai poveri.

Eppure… E’ inutile nasconderci. Lo vediamo anche noi. Partiamo da questo dato di fatto: oggi spesso i gruppi delle caritas parrocchiali, noi stessi, rischiamo di essere utilizzati dalle nostre comunità per commissionare il servizio ai poveri, l’accompagnamento materiale e spesso anche di vicinanza umana a quanti sono in difficoltà.

La strada che ci piacerebbe provare a costruire di nuovo, a percorrere insieme di nuovo è invece quella profetica che iniziò il cammino Caritas: Non dar tregua alla nostra chiesa nel ricordarle che è nella proposta della carità a tutti i cristiani che si trova la radice dell’annuncio, il DNA della Buona Novella.

Provare a ricordarsi prossimi e annunciatori di beni, di prodigi, operatori di giustizia per la terra che abitiamo.

Non si tratta di frasi di facile retorica, piuttosto una proposta molto concreta che si cerca di risvegliare nelle comunità in ordine ad un modo nuovo di vivere la comunione tra i fratelli che contempli il ripensare il nostro rapporto con i beni e con i concetti di giustizia e di messa in comune.

Su queste pagine, di settimana in settimana vi presenteremo i progetti, le attività, le esperienze e i percorsi.

Vi racconteremo come ci siamo rimessi in discussione anche in modo profondo, come proviamo a proporre una chiave che finalmente risaldi il nesso di conseguenza che ci deve essere tra il convertire le nostre vite e l’accudire i più fragili. Ci interrogheremo insieme su come il “fare del bene” passi dal “vivere il bene”, non possa che essere la testimonianza dei nostri sguardi risorti sulle dinamiche del mondo, dell’economia, della giustizia, della convivenza sociale, dell’accoglienza.

Vi racconteremo anche le storie di chi bussa alle porte del centro di ascolto diocesano o di quelli parrocchiali, per rimettere davanti agli occhi di tutti le fragilità e ricordare a tutti che insieme soltanto ce ne possiamo prendere cura, affiancando le persone e restituendo loro la libertà di essere responsabili delle proprie vite. Non assistiti, ma fratelli accompagnati e restituiti ai propri giorni con dignità.

Una storia di storie: dai centri di ascolto

Marika è una giovane donna polacca.

Ha circa trenta anni.

Ha 4 figli, piccoli piccoli. Il più piccolo non ha ancora compiuto un anno. Ha una storia complicata, di amori diversi, di abbandoni e di ricominciare da capo.

Anche suo marito viene da lontano.

E’ un uomo semplice, ha studiato poco, ma si dà da fare e prova a provvedere alla numerosa famiglia con lavoretti saltuari e facendo il giardiniere.

Quando Marika aspettava il suo ultimo bambino, dormiva in una macchina insieme agli altri bimbi e al marito.

Non avevano una casa e hanno a lungo dovuto aspettare.

Ora le cose iniziano ad andare un pochino meglio. E’ arrivata una casa popolare e almeno c’è un tetto sopra la testa.

I bisogni però rimangono tanti e il marito sta cercando un lavoro più stabile.

Noi le assicuriamo un sostegno per qualche mese, almeno fino a che il bimbo ultimo non compirà un anno di età.

Marika viene qui, parliamo di come va, cerchiamo insieme piccole soluzioni.

Le diamo anche un sostegno economico.

Servono circa 50 euro al mese per ancora 4 mesi.

Vi chiediamo aiuto.