La cena dei popoli

“Che me ne importa, non è mica mio!”

Si è svolto Venerdì 16 Maggio l’evento conclusivo del percorso portato avanti nelle scuole superiori della Diocesi dall’ Ufficio Caritas e dall’Ufficio Cooperazione Missionaria, che ha visto coinvolte circa 40 classi di cui 25 solo nel Comune di Lucca. Una riflessione in tre incontri sul tema del diritto al cibo, della sovranità alimentare, della fame e della lotta allo spreco che ha chiamato i ragazzi a confrontarsi in prima persona sui problemi globali e sulle scelte individuali.

Tutti gli studenti incontrati, sono stati invitati a partecipare ad una cena “speciale” in cui è stata simulata la reale distribuzione delle risorse e delle ricchezze nel mondo.

Questo il racconto della Cena vista da Giulia, una ragazza che svolge il servizio civile in Caritas e che ha vissuto l’evento in prima persona.

Foro Boario, Lucca. Ore 20.00. <<Questa sera ragazzi, metteremo il Mondo a tavola!>>, dice il ragazzo con il microfono, davanti al telo del proiettore illuminato. Sono 120, tra studentesse e studenti, professoresse e volontari, le persone che lo ascoltano e un’altra decina di ritardatari si aggiunge dopo poco.

Illustra le tre parole d’ordine che sono anche le regole della serata: SILENZIO, durante la cena deve essere mantenuto un clima di silenzio e ascolto; OSSERVAZIONE, occhi aperti su tutto ciò che succederà; BUON APPETITO, non si può toccare cibo fino al “Buon Appetito”. È teso e la tensione lo rende lucido. Parla di dati e gli riesce bene. Gli altri ascoltano.

All’ingresso della sala, Claudia dell’Ufficio Missionario prepara le bruschette, i Civilisti d’Assalto ripassano la scaletta della serata insieme ai ragazzi del GVAI. Qualcuno tra il pubblico sbuffa ed è comprensibile: nessuno si aspettava di essere invitato a una cena in cui si parla di Fame. Se siamo in un ristorante, mentre la cameriera non arriva, può capitare che si dica all’amico accanto a noi:<< Ho una fameeee!>>. Ma non è di questo che si sta parlando. Si parla di Fame vera. Quella che rende schiave le persone. La Fame che causa guerre e conflitti, che fa vittime soprattutto fra i bambini. Scorrendo le slides della presentazione, compaiono dati e numeri. Le studentesse si guardano perplesse: chi ha indossato il vestito corto o i pantaloni bianchi, sembra già pentita di aver accettato l’invito e ha difficoltà a sopportare la scomoda posizione in terra. Il ragazzo con il microfono spiega che chi ha estratto il biglietto con il nome sottolineato, può andarsi a sedere al tavolo sul palco. Una luce di speranza si accende negli occhi delle vanitose signorine. Ma nel tavolo sul palco ci sono solo 11 posti. Pochi. Solo per i Paesi con il nome sottolineato, quelli più ricchi. Il tavolo è apparecchiato con piatti di porcellana e bicchieri di vetro rifiniti in blu, tovaglie bianche e posate d’argento. Un palco molto scenografico, paragonato al resto della sala spoglia. Solo un piccolo tavolo era stato allestito in basso per accogliere la frutta e un pentolone d’acqua: le uniche risorse a disposizione per chi sarebbe rimasto seduto per terra.

Tra il pubblico qualcuno alza la mano: <<Io sono del Burkina Faso>>, << Io della Colombia>>, << Sierra Leone!>>. Di sicuro la studentessa lucchese, ora sierraleonese, non avrebbe mai creduto di godere di un’aspettativa di vita di 39 anni! Gli 11 fortunati si alzano e salgono sul palco. I camerieri cominciano a portare le ciotole di riso e sanno che dovranno riempire i piatti di porcellana fino all’orlo, incuranti delle richieste dei loro ospiti. A chi è seduto per terra, sono distribuiti un piatto, un bicchiere, una forchetta e un tovagliolo di carta (naturalmente in Mater-Bi!!) e dalle ciotole, un misero cucchiaio di riso. Lo sgomento diventa evidente. Qualcuno si alza e se ne va, altri, innervositi e impazienti, incominciano a fare commenti e a chiedere spiegazioni. <<Silenzio, ragazzi! Silenzio! La Fame è una questione globale: 1 miliardo di persone nel mondo soffre la fame ed è denutrito. Ma è anche un problema locale: in Italia, 1 persona su 6 non si può permettere un pasto proteico adeguato almeno ogni due giorni e a Lucca sono 490 le famiglie che ogni settimana si rivolgono ai Centri d’Ascolto della Caritas per ricevere aiuti, tra cui quelli alimentari>>. L’ elenco di dati e numeri prosegue mentre i camerieri tornano sul palco a riempire ulteriormente i piatti dei ricchi. Quello che avanza, che non entra più nei piatti stracolmi, viene buttato nel secchio. << Noooooo! Nooooo! Noooooo!>>dal basso. Un’altra ragazza in fondo alla sala si alza ed esce. I camerieri continuano a portare il resto del cibo sul palco: pane, bruschette al pomodoro, dolci e torte di ogni tipo, sono così tanti da riempire il tavolo dei Paesi ricchi e quello più piccolo posto a fianco, predisposto per accogliere l’opulento buffet. << Silenzio, per favore! Voi, Paesi poveri, avete acqua e frutta, ma, dato che siete sempre in guerra, venderete le vostre risorse ai Paesi ricchi che in cambio vi daranno le armi>>. I ragazzi del GVAI trasportano il piccolo tavolo con le risorse scarse fino al palco e da sotto il tavolo imbandito, uno di loro estrae un cesto con alcune pistole (giocattolo!) e lo porta a chi sta seduto per terra. Gli studenti e le professoresse con il loro piattino di carta e 3 chicchi di riso, incominciano ad accusare la fame. Irritata e stanca della pantomima, una studentessa bisbiglia ai compagni vicini << dopo andiamo a mangiare un Kebab!>>. Nell’aria si respira l’odore d’aglio delle bruschette e tutti i viaggi a portare vassoi hanno risvegliato l’appetito degli stessi organizzatori. Tutti aspettano l’ultima parola d’ordine per iniziare a mangiare: <<60 Stati nel mondo sono coinvolti in conflitti armati…nel 2010 l’Italia ha destinato l’1,8% del Pil alle spese militari…I paesi esportatori…>>. Ogni minuto è prezioso per la riuscita del gioco: la fame deve salire fino a quando non arriva a “battere in testa” e si trasforma in nervosismo, fino a quando lo stomaco si stringe e la pazienza è al limite. Sono circa le 21.00 quando, finalmente, arriva il “BUON APPETITO”, ma serve che il ragazzo col microfono ripeta almeno tre volte <<da questo momento è lecito fare tutto!>>, perché i Paesi Poveri si rendano conto che possono alzarsi e andare a rivendicare un po’ di cibo da chi ne possiede in abbondanza. Qualcuno, allora, afferra le pistole, altri saltano sul palco e rubano le ciotole di riso, un ragazzo prende il secchio della spazzatura, scoprendo che in realtà il cibo gettato era finito in una ciotola nascosta all’interno del sacco blu. La sala si svuota, tutti sono sul palco a recuperare bruschette e dolci. Il Giappone, una professoressa del Liceo Psico-pedagogico, tenta di allontanare gli invasori colpendoli sulle teste con il tovagliolo di stoffa. Chi prima aveva disdegnato il pentolone d’acqua, ora v’immerge il proprio bicchiere per togliersi la sete. Anche i Civilisti d’Assalto si godono un piatto di riso e le buonissime torte fatte in casa.

Il buffet si svuota: finiscono i dolci e le bruschette, la frutta viene divorata, le ciotole di riso dimezzate. Ci vogliono 40 minuti prima che l’atmosfera si distenda e tutti tornino ai loro posti. Adesso, con le pance piene, si può sorridere e partecipare alla conversazione con attenzione e consapevolezza. Il Burkina Faso ammette di non essere salito sul palco per cibarsi e di avere ancora fame, allora in 4 si alzano e gli portano quello che era avanzato dall’accaparramento precedente. Una professoressa dal palco ammette di essersi sentita invasa quando tutti i Paesi poveri sono saliti, accerchiando il tavolo ben apparecchiato. L’Irlanda, di origine Singalese, ricorda di aver visto da piccolo la gente del suo paese soffrire la fame e confessa che avrebbe preferito scendere per sedersi in basso, piuttosto che stare in alto con il piatto troppo pieno. Fabio fa notare che nessuno degli 11 sul palco, in realtà, era sceso a sedersi per terra. Come biasimarli? Lassù non mancava niente, si stava bene!

<<Nonostante tutto quello che abbiamo fatto e detto, ci sono ancora questi!>>, vengono indicati dei piatti pieni di avanzi << Ancora spreco! Questo accade tutti i giorni nelle nostre case, mentre tanti e tanti altri non hanno cibo a sufficienza!>>. I ragazzi ridono. <<Non c’è niente da ridere! Fino a quando non saremo in grado di assumere questa responsabilità su noi stessi, ci sarà sempre gente che muore di fame!>>. “L’indifferentismo è comodo e bello”, diceva Calamandrei. Non è facile comprendere che siamo tutti complici di un sistema criminale che dà a pochi e toglie a molti. Non è semplice nemmeno quando, per gioco e per simulazione, proviamo a farci toccare dal problema: per finta ci sediamo per terra, mentre continuiamo a guardare il mondo dall’alto di un palco. Eppure, qualcosa è stato seminato questa sera e qualcosa crescerà nel futuro per chi vorrà continuare a coltivare la consapevolezza che essere liberi significa “impegnare la nostra libertà a favore di chi libero non è” ( cit. Don Ciotti).