Comunità in ascolto

Lo scorso 16 dicembre è stato presentato, in collaborazione con la Fondazione Volontariato e Partecipazione e alla presenza del vescovo, sua eccellenza mons. Italo Castellani, il nuovo rapporto sulle povertà nella Diocesi di Lucca “Comunità in ascolto”.
Tra gli altri è intervenuto il dott. Pierluigi Dovis, direttore della Caritas diocesana di Torino , Delegato regionale Caritas Piemonte Valle d’Aosta e autore del libro “I nuovi poveri”, scritto a quattro mani con la prof.ssa Chiara Saraceno,  il quale ha approfondito il tema “I nuovi poveri: Diseguaglianze e povertà in Italia”.
Dopo un’attenta analisi del concetto di “nuove povertà”, il dott. Dovis ridimensiona il termine “nuovo”, cioè chiarisce come in realtà si tratti di una novità solo relativa, poiché cambiano i soggetti e i tempi, ma in realtà le povertà sono le stesse e la crisi ha solo accelerato l’emersione di un fenomeno che è arrivato a toccare le cosiddette  “famiglie normali”. E questo è il vero elemento nuovo: la povertà non intacca solo coloro che provenivano da ceti medio bassi e con alle spalle lunghe carriere di povertà. Oggi la povertà tocca anche persone con professionalità acquisite, persone con carriere in ascesa.
Sono i working poor, persone con buona scolarità e che spesso, pur lavorando, non riescono ad arrivare a fine mese. Si tratta di soggetti che si son visti ridimensionare, modificare o, nel peggiore dei casi, perdere il proprio lavoro. Ciò ha colpito e spiazzato soggetti appartenenti a tutte le categorie in ogni parte del nostro Paese provocando un processo di destrutturazione interna della persona, ansia, vergogna  e un senso di incompetenza nei confronti di una situazione completamente nuova. Anche le recenti disposizioni legislative hanno colpito il fondo nazionale per le politiche sociali, sceso a poco più di 435 milioni di euro nel 2010, dimezzato nel 2011 e ridotto a 70 milioni di euro nel 2012. Ciò ha colpito in modo considerevole la famiglia, i giovani, i servizi all’infanzia e all’inclusione sociale.
Di fronte a tutto questo che fare?

“Al momento quasi tutti stiamo assistendo impotenti all’emersione di forme così diverse di povertà e vulnerabilità. Ci rendiamo conto che mancano gli strumenti per cogliere il bisogno, per analizzarlo, per indirizzarlo, per affrontarlo. Gli schemi del passato poco si adattano. Serve un’epoca costituente che rilanci cammini e inventi nuove strategie. Almeno quattro le linee di azione che potrebbero essere percorribili:

a.    Anzitutto sull’orizzonte culturale capace di aprire gli occhi della società, della politica, delle singole persone sia con una attenzione maggiormente diffusa che con un cambio deciso di prospettiva. È l’ora di uscire dai particolarismi, dai settorialismi, dagli stereotipi contrappositivi del passato per entrare in una logica di responsabilità diffuse, di sensibilità convergenti. Ma è anche il momento di voler agire sulle diseguaglianze, vero tarlo della vulnerabilità

b.    Poi sul versante politico capace di rendere regola di convivenza una visione che metta il welfare al cuore delle politiche generali e non più in senso ancillare come “tappabuchi” dei danni che le politiche generali vanno ad incrementare. In momenti di crisi non è affatto dimostrato che, a fronte di un decremento di risorse, vi sia aumento di azione della società. Le due facce sono della medesima medaglia

c.    Il terzo è l’orizzonte etico che, appunto, si prenda cura di ridare un nuovo ethos comunitario basato sulla responsabilità diffusa e condivisa di tutti i soggetti singoli e plurali che compongono la collettività. Un orizzonte che abiliti a cooperazioni non solo tra organizzazioni (come quelle di terzo settore) e non solo interistituzionali ma trasversali per area. Qui si gioca un nuovo impegno del mondo della economia e dell’impresa, della finanza e della costruzione dei modelli pubblici

d.    L’ultimo orizzonte è quello organizzativo che chiede un recupero convinto e armonico delle reti modulari intorno alla persona, da corto a lungo con molta flessibilità nei tempi e nei metodi. È il tempo in cui i vari soggetti accettino di non arroccarsi più nelle loro rispettive situazioni ma sappiano aprirsi a forme alte di fraternità, principio che assume in sé sia la solidarietà che la sussidiarietà, sia la responsabilità che la dedizione gratuita.

Il contributo della comunità cristiana in questo ambito è sempre stato forte, anche se talora si è lasciato prendere la mano dall’immediato bisogno magari sorvolando un po’ sul contrasto alle cause che hanno dato vita a tali sistemi. Nella situazione attuale le Chiese certo non vogliono tirarsi indietro. Mettono a disposizione i saperi e le prassi, oltre che il senso di gratuità che le muove. Sanno di non poter fare altro che promuovere collegamento e sinergia con tutti i soggetti cui sta a cuore il bene comune e la crescita delle persone in difficoltà. Ma non possono accettare il subordinazionismo o un irenismo mascherato di buonismo che andrebbe solo a detrimento del contributo che possono offrire in termini di servizio ma, soprattutto, di senso e di vision. Non è accettabile alcun atteggiamento delegante nei confronti della Chiesa, come nessun tipo di falso rivendicazionismo. Ed è per questo che l’organismo pastorale deputato, nelle nostre Chiese, alla animazione della Carità – ovvero la Caritas – ascolta, osserva e fa discernimento e offre a tutti – come nell’occasione odierna – stimoli, proposte, riflessioni, suggerimenti. È una parte del nostro modo di fare bene comune, insieme all’umile e concreto servizio a chi dalla vulnerabilità è stato aggredito”.

Barbara Macrì
Osservatorio Povertà e Risorse